DA QUI È PASSATO QUALCUNO

Un manifesto sull'esistenza

Forse desideri leggere questo testo accompagnato dalla melodia di Seikilos, giunta fino a noi da quasi duemila anni fa.

Registrazione: cantata da Marcus Harvey · Wikimedia Commons · CC BY-SA 2.5

L'unica ragione per cui ho scelto quest'arte non è mai stata guadagnare denaro, diventare famoso o dimostrare il mio valore alla società vantando una qualche superiorità intellettuale. E non lo sarà mai.

Non ho mai capito fino in fondo l'importanza che l'essere umano attribuisce a se stesso. In un universo vecchio miliardi di anni, su un pianeta minuscolo, faccio fatica ad accettare che una creatura la cui esistenza, su scala cosmica, vale meno di un granello di polvere possa considerarsi così importante. Costruiamo imperi, tracciamo confini, distribuiamo titoli, esaltiamo o sminuiamo gli altri. Come se all'universo importasse qualcosa di tutto questo. Eppure non siamo altro che animali capaci di pensare, che vivono su un pallido punto azzurro, per usare le parole di Carl Sagan.

Nasceremo, vivremo e moriremo. E poi? Avremo davvero vissuto?

Che cosa significa vivere? Respirare? Amare, soffrire, pensare, creare? Oppure occupare un posto nella memoria di qualcun altro? C'è un detto molto noto: Quando morirà l'ultima persona che si ricorda di te, sarà come se non fossi mai vissuto. Suona come un luogo comune. Eppure, più ci penso, più mi inquieta. Quando scomparirà ogni traccia capace di dimostrare che una persona è esistita, che cosa resterà?

Naturalmente una vita vissuta non cessa di essere esistita solo perché nessuno la ricorda più. E l'indifferenza dell'universo non cancella il valore che la nostra vita può avere in sé. Ma non è proprio questo che mi tormenta. Quando scomparirà anche l'ultima coscienza che sa che un tempo siamo esistiti, che cosa rimarrà della nostra esistenza? Forse non temo tanto la morte quanto l'essere cancellato come se non fossi mai stato qui. Non lo so.

So soltanto che il tempo non concede privilegi a nessuno. La vita è un giorno, e quel giorno è oggi. Non sappiamo che cosa riserverà il domani a ciascuno di noi. Il futuro non è ancora stato vissuto. Il passato continua a esistere soltanto nei ricordi. E i ricordi sono mortali quanto le menti che li custodiscono.

Oggi possiamo racchiudere intere vite nelle memorie digitali. Le nostre fotografie, le nostre voci, i nostri pensieri, le tracce dei rapporti con le persone che amiamo... Tutto può essere custodito dietro uno schermo, su un server o nella memoria di un dispositivo che sta nel palmo di una mano. Mi rendo conto di quale straordinaria conquista tecnologica sia. Ma mi inquieta pensare che di una vita umana possa rimanere soltanto un file dimenticato, un account inaccessibile o una chiavetta USB che un giorno smetterà di funzionare.

Forse è una paura propria della nostra epoca. Forse anche gli esseri umani del passato provavano la stessa inquietudine e la affrontavano a modo loro: incidendo un nome nella pietra, lasciando un segno sul tronco di un albero, costruendo una tomba, raccontando una storia. Dietro tutti questi gesti potrebbe esserci la stessa protesta silenziosa: Io ero qui.

Questa idea è al centro del mio rapporto con l'arte. Voglio dare una forma che possa sopravvivermi ai dibattiti che conduco con me stesso, alle domande a cui non so rispondere e ai miei pensieri sulla mia esistenza. Voglio lasciare un'iscrizione. Una traccia che racconti a persone che non mi conosceranno mai, forse a una generazione che non è ancora nata, che qui un tempo ha vissuto qualcuno che pensava, si interrogava e sentiva.

Ma il desiderio di esprimerci non nasce soltanto dal bisogno di essere ricordati. A volte le parole non bastano a raccontare ciò che portiamo dentro. Ed è forse proprio lì che comincia l'arte.

Che cos'è l'arte?

Significa conoscere a memoria le pennellate di un pittore? Memorizzare la tavolozza che ha usato, saper spiegare in quale periodo ha realizzato le sue opere o a quale corrente artistica appartengano? Conoscere la vita di pittori, scultori, musicisti, attori e pensatori può aiutarci a comprendere meglio le loro opere. Ma tutto questo sapere significa davvero sentire l'arte?

Immaginiamo due persone davanti a un dipinto. Una conosce la vita del pittore, le tecniche che ha utilizzato, le regole della composizione e il contesto storico dell'opera. L'altra non ha mai nemmeno sentito il suo nome. Eppure è la seconda ad avere gli occhi pieni di lacrime, ritrovandosi davanti a un ricordo che credeva di avere dimenticato da anni. Quale delle due ha davvero compreso l'arte? Forse entrambe. Forse nessuna. Perché non credo che esista un'unica risposta corretta al significato che un'opera d'arte deve avere.

Sapere come un'opera è stata realizzata spiega come sia nata. Non spiega sempre perché susciti in qualcuno una sensazione che non riesce a esprimere a parole. Per me l'arte è il tentativo di dare forma ai pensieri e alle emozioni che portiamo dentro, ma che non riusciamo a esprimere adeguatamente attraverso il linguaggio. A volte non sappiamo neppure noi che cosa proviamo. C'è qualcosa dentro di noi. Ne sentiamo il peso, ma non sappiamo dargli un nome. Quando proviamo a spiegarlo, le parole non bastano e le frasi non riescono a contenere esattamente ciò che intendiamo.

Forse è per questo che l'essere umano cerca altre forme di espressione. Produce un suono. Traccia una linea. Modella una pietra. Muove il corpo. Racconta una storia. L'arte è un altro linguaggio che l'essere umano trova per sé quando le parole non bastano più.

Questo linguaggio non ha un dizionario di regole fisse. Un'opera può commuoverci senza che sappiamo cosa intendesse dire chi l'ha creata. Possiamo persino provare qualcosa di completamente diverso da ciò che l'artista voleva esprimere. Non credo che questo significhi necessariamente aver frainteso l'opera. Perché l'arte non vive soltanto nella mente del suo creatore. Prende nuovamente forma in chi la guarda, la ascolta o la sperimenta.

Una melodia che ricorda a qualcuno la propria infanzia può evocare in un altro la tristezza per una perdita mai vissuta. Un dipinto che lascia indifferente una persona può far riflettere un'altra per ore. Ciò che l'artista lascia è lo stesso; non lo sono le menti che lo accolgono.

Un linguaggio del genere si può insegnare? La tecnica si può insegnare. Prospettiva, anatomia, teoria del colore, armonia e composizione si possono imparare. Una persona può dedicare la vita a padroneggiarle. Non ne nego il valore. Ma non credo che una scuola possa insegnare a qualcuno ciò che dovrebbe provare.

Non esiste un esame capace di misurare perché restiamo in silenzio davanti a un'opera, perché piangiamo o perché una sola linea a volte ci colpisce più di una lunga conversazione. Non esiste neppure una cartina di tornasole che stabilisca chi è artista e chi non vale nulla. Diplomi, premi, titoli e mostre possono mostrare ciò che una persona ha ottenuto. Ma non possono misurare con certezza la profondità del suo mondo interiore né ciò che le sue opere potrebbero risvegliare nella mente di qualcun altro. Credo che anche lì si debba cercare il valore dell'arte: non soltanto nella maestria con cui è realizzata, ma in ciò che riesce a smuovere dentro di noi.

E questa idea non è nuova. È antica quanto la storia dell'umanità. Prima ancora che esistessero gli alfabeti che usiamo oggi, gli esseri umani avevano paure, gioie, perdite e pensieri che non sapevano spiegarsi. Un giorno qualcuno raccolse un pezzo di carbone e disegnò un animale sulla parete di una grotta. Forse voleva conservare ciò che aveva visto. Forse faceva parte di un rito. Forse aveva semplicemente bisogno di disegnare. Non possiamo saperlo con certezza. Ma migliaia di anni dopo, guardando quel disegno, incontriamo la traccia lasciata da un essere umano. Non conosciamo il suo nome, il suo volto, la sua voce, chi amava o che cosa temeva. Eppure sappiamo che un tempo era lì.

Da allora gli esseri umani hanno usato tutto ciò che trovavano per esprimersi. Hanno disegnato con il carbone sulle pareti delle grotte, modellato pietre, steso colori sulle tele e affidato i propri sentimenti alle note musicali. A volte hanno fatto un piccolo schizzo sul margine di un quaderno che nessun altro avrebbe mai visto. Altre volte si sono seduti in riva al mare e hanno disegnato qualcosa con un dito sulla sabbia, pur sapendo che l'onda successiva l'avrebbe cancellato.

Ed è qui che incontro un'altra domanda che mi inquieta: Perché l'essere umano crea qualcosa che sa destinato a scomparire?

Un disegno sulla sabbia scomparirà in pochi minuti. Forse nessuno lo vedrà. Nessuno lo ricorderà. Forse non rimarrà alcuna prova della sua esistenza. Eppure qualcuno si china e traccia quella linea. Perché? Forse la permanenza non è l'unico scopo dell'arte. Forse a volte creiamo non per essere ricordati, ma semplicemente perché abbiamo bisogno di portare fuori ciò che abbiamo dentro.

Quando l'onda cancella il disegno, qualcosa potrebbe essere già cambiato nella persona che l'ha tracciato. Forse ha dato forma a un pensiero, alleviato un dolore o spiegato per la prima volta a se stessa ciò che provava.

Questo pensiero mette in discussione anche il mio scopo. Perché io desidero che le mie opere mi sopravvivano. Chi disegna sulla sabbia potrebbe non avere affatto la stessa aspettativa. Eppure forse rispondiamo entrambi allo stesso bisogno: fare spazio nel mondo esterno a qualcosa che portiamo dentro di noi.

Forse la permanenza non è uno scopo necessario dell'arte, ma a volte un desiderio che vi proiettiamo. È il mio desiderio. E ne sono consapevole.

Lavoro con il vetro perché è un materiale strano, simile all'essere umano. È duro ma fragile. Trasparente, eppure a volte nasconde ciò che si trova dietro. Lascia passare la luce, la riflette, la divide e la distorce. Un solo colpo può dividerlo in centinaia di frammenti. Io fratturo deliberatamente questo materiale fragile e cerco di creare un nuovo insieme dalle crepe che si formano.

Non vedo la rottura soltanto come distruzione. A volte rompere qualcosa può rivelare ciò che prima era invisibile al suo interno. Ma non credo neppure che tutto ciò che si rompe diventi più bello. Non glorifico la rottura in sé. Fratturare il vetro è una tecnica, uno strumento. Il perché e il modo in cui lo uso fanno parte di ciò che cerco di dire.

Non posso controllare ogni crepa. Il materiale ha una natura propria. A volte segue la direzione che desidero, altre trova da sé la propria strada. Il risultato nasce dal rapporto tra la mia intenzione e i limiti del materiale.

Forse la vita umana non è così diversa. Ci illudiamo di aver pianificato tutto. Cerchiamo di determinare il nostro futuro e di mettere ordine nella nostra vita. Poi un solo evento può sconvolgere tutti i nostri calcoli. Nonostante tutti gli sforzi, non sappiamo quando, dove o come la vita si incrinerà.

Ma nelle mie opere non cerco di raccontare soltanto la mia fragilità. Penso che davanti a un'opera non sia tanto importante ciò che io vi ho messo, quanto ciò che lo spettatore vi ritrova di sé.

Qualcuno può vedere i propri ricordi in uno spazio che ho lasciato intenzionalmente vuoto. Una crepa che ho creato può risvegliare una memoria che un'altra persona cerca di dimenticare da anni. Un dettaglio che per me non ha alcun significato personale può diventare per lei la parte più importante dell'opera.

Per questo non credo che l'artista debba stabilire da solo tutto il significato della propria opera. Posso fratturare il vetro. Posso modificare la direzione delle crepe, calcolare come si distribuisce la luce, lavorare ore o giorni per far emergere l'immagine che desidero. Ma non posso decidere che cosa proverà la persona che si trova davanti. E non voglio farlo.

Per me l'arte non consiste nel dire alle persone che cosa devono pensare. Consiste nel lasciare loro uno spazio in cui incontrare qualcosa di se stesse.

Forse chi guarderà una mia opera non vi troverà nessuno dei miei pensieri. Forse scoprirà un significato che non avrei mai immaginato. Lo accetto. L'idea che un'opera possa cominciare a vivere indipendentemente da chi l'ha creata mi emoziona. Desidero che il rapporto che gli altri instaurano con le mie opere possa continuare dopo la mia morte.

Anche quando io non avrò più nulla da dire, chi le guarderà potrà forse continuare a porsi le proprie domande. Non so se accadrà. Ma cerco di creare qualcosa che potrebbe sopravvivermi partendo da un materiale che so poter andare in frantumi. Forse questa è, nella sua forma più semplice, tutta la mia relazione con l'arte.

Gli scritti di Armand D'Angour su The Song of Seikilos hanno avuto una grande influenza su queste riflessioni.

Circa duemila anni fa, nelle terre che oggi chiamiamo Aydın, un uomo incise una canzone su una colonna di marmo. Non soltanto le parole, ma anche la melodia. Si chiamava Seikilos. Oggi conosciamo quell'iscrizione come uno dei più antichi esempi completi di musica annotata giunti fino a noi dall'antichità. Ma ciò che mi colpisce di più non è la sua antichità. È il fatto che possiamo ancora ascoltarla.

La canzone lasciata da Seikilos parlava della brevità della vita e del tributo che il tempo prima o poi esige da tutti noi. Che strano. Duemila anni fa un uomo rifletté su quanto breve fosse la vita e incise questo pensiero nella pietra. Poi la sua stessa vita finì. Ma la sua canzone continuò a vivere.

E quella pietra non è sempre stata trattata come un'opera d'arte. Secoli dopo passò nelle mani di persone che non riconoscevano il valore delle parole e delle note incise su di essa. Per un certo periodo fu usata come base per vasi di fiori. Ne fu tagliata una parte inferiore perché potesse stare dritta e una parte dell'iscrizione andò perduta.

A volte ci penso... Forse migliaia di persone passarono davanti a quella pietra. Forse ci si sedettero sopra o vi appoggiarono la schiena. Forse qualche gatto o cane vi urinò persino sopra. La pietra che custodiva una canzone ancora ascoltabile duemila anni dopo era, nella quotidianità di altre persone, soltanto un oggetto comune. Ma questo non diminuì il valore del pensiero che portava. Il fatto che un'opera si trovi nelle mani di chi non ne riconosce il valore non significa che non ne abbia.

Oggi possiamo ascoltare la canzone di Seikilos, una melodia nata nella mente di un uomo vissuto circa duemila anni fa, di cui non abbiamo mai visto il volto né sentito la voce. È un pensiero che mi fa venire i brividi.

Perché quante cose sono accadute in quei duemila anni? Gli imperi sono crollati. Si sono combattute guerre. Le città sono state costruite, bruciate e ricostruite. Sovrani che si credevano invincibili sono morti. Oggi quasi nessuno conosce i nomi di molti che un tempo credevano di governare il mondo intero. Eppure possiamo ancora ascoltare poche note incise nella pietra da un essere umano.

Seikilos non sconfisse la morte. Non diventò immortale. Forse non immaginò mai che qualcuno avrebbe ascoltato la sua canzone duemila anni dopo. Ma una parte del suo pensiero visse molto più a lungo di lui.

E c'è qualcosa che rende questa storia molto più personale per me. L'iscrizione di Seikilos fu ritrovata ad Aydın. Io oggi vivo ad Aydın.

Circa duemila anni fa, egli lasciò una traccia in queste terre. Oggi cerco di lasciarne una nelle stesse terre. Forse percorro un luogo in cui un tempo camminò anche lui. Forse guardo le stesse stelle da un punto in cui anche lui osservò il cielo. Non lo saprò mai. Né conoscerò mai la sua vita da vicino quanto la mia. Ma condividiamo uno stesso destino.

Seikilos visse, lasciò una traccia e diventò polvere. Io vivo, cerco di lasciare una traccia e diventerò polvere anch'io.

Ci separano duemila anni. E quei duemila anni non hanno cambiato nulla della fine inevitabile dell'essere umano. Lui è morto. Morirò anch'io. Ma oggi qualcuno si trova davanti a una traccia che ha lasciato, pensa a lui e ascolta la sua canzone. Quel qualcuno sono io.

Un uomo vissuto duemila anni fa mi porta oggi a interrogare la mia stessa esistenza. Forse è questo ciò che desidero più di ogni altra cosa: che un giorno qualcuno che non è ancora nato incontri una delle mie opere.

Potrebbe non sapere chi l'ha creata. Potrebbe non scoprire mai quali mani hanno fratturato il vetro né quali pensieri si nascondevano dietro le crepe. Forse non la riconoscerà neppure come opera d'arte. Forse la considererà senza valore, la metterà da parte o la userà per qualcos'altro. Come accadde all'iscrizione di Seikilos.

Ma forse un giorno arriverà qualcun altro. Si fermerà davanti al vetro e, per un attimo, si chiederà che cosa passasse per la mente di un essere umano vissuto prima di lui. Forse penserà soltanto: Da qui è passato qualcuno.

Per me varrebbe molto più del prezzo a cui l'opera fosse stata venduta o del museo in cui fosse esposta. Perché una delle cose più straordinarie che l'arte può fare è creare un legame di pensiero tra due persone che non potranno mai conoscersi.

Seikilos non sa che la sua canzone viene ancora ascoltata. Nemmeno io saprò mai che cosa accadrà alle mie opere. Forse non ne rimarrà nessuna. Forse si romperanno tutte, scompariranno, verranno dimenticate. Forse di me non resterà nulla. Ma non sapere tutto questo non toglie nulla al mio desiderio di creare. Anzi, forse creo proprio a causa di questa incertezza.

Tutto ciò mi riporta a quanto ho detto all'inizio. Ho detto di non riuscire ad accettare quanto gli esseri umani si considerino importanti. E adesso parlo di voler lasciare qualcosa di me, di sperare che qualcuno incontri i miei pensieri centinaia di anni dopo la mia morte.

Ma non è anche questa una forma di arroganza?

Miliardi di esseri umani sono nati, hanno vissuto e sono morti. Alcuni hanno compiuto grandi cose. Altri hanno commesso azioni terribili. Alcuni hanno dedicato tutta la vita alle persone che amavano. Altri hanno cambiato, in qualche angolo del mondo, la vita di uno sconosciuto che non incontreremo mai. E oggi non conosciamo i nomi della maggior parte di loro.

Allora che cosa mi rende diverso? Perché i miei pensieri dovrebbero meritare di essere tramandati? Perché la mia esistenza dovrebbe meritare di essere ricordata più di quella di chiunque altro?

Non ho una risposta. Non mi considero più prezioso, più importante o più profondo degli altri. Eppure la possibilità di essere dimenticato del tutto mi inquieta. Sono consapevole della contraddizione.

Forse tutta la tragedia dell'essere umano è qui. Siamo abbastanza coscienti da comprendere che non siamo al centro dell'universo, ma talmente legati a noi stessi da faticare ad accettare la nostra assenza.

Sappiamo di essere mortali. Eppure costruiamo cose destinate a durare, incidiamo i nostri nomi nella pietra, scriviamo storie, cresciamo figli, creiamo arte. Come se tutto questo potesse aiutarci a resistere un po' più a lungo al tempo.

Forse anche l'arte è una delle scuse più belle che l'essere umano abbia trovato di fronte alla propria impotenza davanti alla scomparsa. Forse quando fratturo il vetro sto in realtà cercando di oppormi al tempo. Eppure il tempo, alla fine, potrebbe rompere anche quel vetro.

Nessun materiale dura per sempre. Nessun nome deve necessariamente essere ricordato in eterno. E nessun artista può controllare il futuro delle proprie opere. So tutto questo. Eppure continuo a creare.

Perché forse una persona non deve credere di vivere per sempre per creare qualcosa. Forse basta continuare a creare pur sapendo che un giorno scomparirà. Come chi disegna nella sabbia sapendo che l'onda cancellerà tutto. La differenza tra noi potrebbe essere soltanto che io spero che la mia traccia duri un po' più a lungo. Ma ci opponiamo entrambi alla stessa fine. E forse, alla fine, perderemo entrambi. Questa possibilità non mi ferma.

Non scrivo questo manifesto per ottenere più clienti, trovare una giustificazione filosofica ai prezzi delle mie opere o sembrare più intellettuale di quanto io sia. Non mi aspetto di ricavarne alcun guadagno.

A dire il vero, non sono neppure sicuro che esista un pubblico disposto a leggere fino a questo punto. Forse, in questo immenso mondo digitale fatto di uno e zero, ho soltanto messo in fila un mucchio di parole che nessuno incontrerà e che nessuno leggerà fino in fondo. Forse queste righe si perderanno tra miliardi di altre. Un giorno potrebbe scomparire anche questo sito e ciò che ho scritto qui potrebbe essere cancellato come se non fosse mai stato scritto.

Stranamente questa possibilità mi ricorda l'iscrizione di Seikilos. I suoi pensieri erano incisi nella pietra; i miei, per ora, non sono altro che luce su uno schermo. Lui lasciò la sua canzone sul marmo. Io lascio i miei pensieri in un mondo di uno e zero. Forse non dureranno duemila anni come i suoi. Forse domani non saranno neppure più qui.

Eppure scrivo. Perché non sapere se qualcuno leggerà queste parole non cambia il bisogno che ho di scriverle. Forse non sono tanto diverso da chi disegna sulla sabbia pur sapendo che l'onda cancellerà il disegno.

Cerco soltanto di spiegarmi un po'. Forse anche di essere un po' compreso.

Non pretendo di aver scoperto una grande verità. Non dico di aver risolto il senso della vita, trovato la definizione definitiva dell'arte o elaborato una risposta alla morte. Accetto la possibilità di sbagliarmi. Forse tra qualche anno rileggerò queste parole e non sarò più d'accordo con me stesso.

Ma neppure questo importa. Perché oggi penso queste cose. Oggi sono vivo. E oggi, finché ho ancora tempo, voglio dare forma ai pensieri che porto dentro.

Un giorno non ci sarò più. Anche l'ultima persona che mi avrà conosciuto morirà. Il mio nome potrà essere dimenticato. Il mio volto sbiadire. La mia voce scomparire. Le mie opere potranno avere lo stesso destino. Ma forse ne resterà una. Forse per qualche centinaio di anni. Forse per duemila. Forse soltanto fino a domani.

Non lo so.

So soltanto che, finché sono qui, posso ancora creare qualcosa.

Duemila anni fa Seikilos lasciò una traccia in queste terre. Oggi ci sono io. Non so chi ci sarà tra duemila anni. Ma forse anche quella persona si interrogherà sulla propria esistenza. Forse anche a lei mancheranno le parole. Forse si fermerà davanti a una pietra, a una melodia o a un frammento di vetro fratturato, cercando di comprendere che cosa abbia provato un essere umano vissuto prima di lei.

E forse in quell'istante due esseri umani vissuti a migliaia di anni di distanza si incontreranno nella stessa domanda.

Non posso sapere se accadrà. Non posso garantirlo. Non posso neppure affermare di meritarlo. Ma voglio provarci.

Perché non voglio vivere per sempre. So già che non posso. Voglio soltanto lasciare qualcosa che dica che un tempo ho vissuto.

Forse tutto questo sforzo è privo di senso. Forse ciò che chiamiamo significato è proprio ciò che cerchiamo di creare in mezzo a questa mancanza di senso.

Non lo so.

Ma oggi sono qui. E finché avrò tempo, continuerò a cercare di lasciare una traccia di me in questo mondo.

— Yasin Uca
CRACASSO